“Now I lay me down to sleep,
I pray the Lord my soul to keep.
If I should die before I wake,
I pray the Lord my soul to take.
Preghiera della buonanotte
Il muro che circonda il nostro villaggio urla.
Da molteplici bocche.
Le sirene si innalzano in un ululato stridulo e prolungato e tingono il cielo di viola metallico, lo avvolgono in una cupola di rumore e precipitano di frastuono dentro il nostro muro urlante.
Niente di quello che è nato qui dentro ha mai oltrepassato quel muro.
Nemmeno le urla.
Nemmeno noi.
Ma come ogni sera appena si innalza il richiamo prendiamo per mano le vecchie, le facciamo sollevare dalle sedie sistemate intorno al fuoco, e tenendole sottobraccio le accompagniamo fermamente dentro la loro capanna, sostenendone le gambe accartocciate di debolezza.
E come ogni sera prendiamo in braccio le piccole, tiriamo loro indietro i capelli dagli occhi, ce le stringiamo contro il petto mormorando non è niente non è niente andrà tutto bene, come Dio vorrà. Le portiamo dentro la loro capanna, le adagiamo nei lettini e stendiamo loro sopra le coperte, spesso fin oltre la testa, come un nascondiglio come un sudario. Ma le bambine non sanno, o sanno fin troppo bene. Sempre si scuotono le coperte via dalla faccia con fastidio e ci fissano, immobili, negli occhi una domanda che ancora non può essere pronunciata.
Come Dio vorrà.
Poi tocca a noi. Secondo il rito ci spogliamo, e ci sdraiamo nella nostra capanna, sulla nuda terra, spaziate regolarmente, senza coperte e senza nascondigli.
Come Dio vorrà.
E come ogni sera, quando l’ultima sirena agonizza e muore nel silenzio,
buio
e noi tutte siamo abbandonate al sonno, nel villaggio immobile e sguarnito, nelle nostre capanne senza porte.
Come Dio vorrà.
La figlia della primavera gioca nel prato, seduta a gambe aperte, la testa ripiegata sul petto a scrutare bottini. Strappa a mani nude i fiori. Ne strappa via i petali con un unico gesto rabbioso della mano contorta a pugno. Ne stritola le corolle fra i palmi, strisciandoli l’uno sull’altro con tutta la forza delle sue braccia da fanciulla finché del fiore non resta che una poltiglia informe, un cadavere annerito che lascia cadere nell’erba. Poi alza la testa verso la dea, la madre primavera, che la osserva giocare poco distante con sguardo benevolo e divertito. Persefone, la fanciulla che siede sgraziata come una bolla di buio nel rigoglio oscenamente trionfante del prato in fiore, sorride alla madre stringendo gli occhi e scoprendo i denti, come chi fissa in faccia il sole.
La mattina la prima cosa è contarsi.”
Estratto da Sabbia di Laura Gandolfi

