Le pareti viola scuro e verde acido della mia stanza erano impregnate di Chanel, quella notte. Un odore violento che mi penetrava la testa. Tutta colpa di mia sorella, e del suo nuovo boyfriend…
e così m’immersi, volai con la mente tra le piume morbide del materasso.
(sognai)
Mi trovavo a casa dal lavoro. Probabilmente mi ero presa un permesso, non lo so. Forse avevo detto di avere una visita. Sono uno di quei casi umani che fanno quarantotto visite l’anno e riescono a lavorare a tempo pieno, uscire con gli amici, vivere, scrivere, viaggiare.
Dans tous les cas, ero a casa. Suona il cellulare.
Numero sconosciuto.
Rispondo (di solito non rispondo agli sconosciuti, ma da qualche mese ho mandato in giro un po’ di curricula. Chissà mai che sia qualcuno che mi cerca, che mi vuole.)
E’ un uomo. Un estraneo per me, un cliente del negozio in cui lavoro.
Racimolo bricioline qua e là, e faccio con le mani una piccola invisibile impalpabile pagnotta di pazienza, respiro, gli dico
“mi scusi ma non sono in ufficio.”
Lui ignora la mia voce e continua come se non m’avesse sentita “signorina ho bisogno della fattura bla bla-bla.”
(Io non ho un foglio su cui prendere appunti. Sono in bagno. Davanti allo specchio. Sto osservando in modo severo il mio corpo seminudo. Troppe ossa sporgono. E non ho un briciolo di pancetta. Finisco di rivestirmi. Devo uscire.)
(E poi, a questo, chi cazzo glielo ha dato il mio numero? chi gli ha dato il mio cellulare? mò mi rompono le palle pure sul mio numero privato?)
Mi risveglio dai miei pensieri e torno a sentire la sua voce “per favore signorina ho bisogno…”
Lascio correre sul signorina, anche se è un termine che odio, che sa di zitella con cagnetto zoppo “si si, non si preoccupi. entro domani provvedo.”
Dio che faccia. Ho le occhiae dall’età di nove anni. Non che sia stanca, mi droghi, o che. C’è chi è predisposta a ’ste cose e io sono tra le fortunate che hanno bisogno del correttore, tutta la vita.
Fard.
Matita nera.
Mascara.
Ora sono presentabile. Esco. Vado in macchina
Mi trovo a guidare una macchina lunghissima. Non è la mia solita punto azzurro cielo col cambio automatico.
E’ una macchina dalla guida manuale, ma lunga lunga. Una di quelle alla “siamo quelli di Beverly Hills.”
Mi fermo in uno spiazzo e rimango in macchina.
Fuori dal finestrino, in piedi proprio accanto a me, c’è il mio capo.
Sta parlando al cellulare, come al solito.
Io sono furiosa. Abbasso il finestrino e con una voce da gallina isterica sbotto verso di lui “chi ti ha dato il permesso di dare in giro il mio numero privato?”
Lui, per un momento, stacca bocca e orecchio dal telefono. Si rivolge a me “mia madre mi ha detto che potevo farlo.”
“tua madre? cazzo c’entra tua madre? ma ti rendi conto che GENTE CHE NON SO CHI E’ mi telefona a casa, sul mio numero di cellulare, mentre NON SONO AL LAVORO? ma porca puttana mi chiedo cosa ti faccia credere di poterti permettere tutto/quel/cazzo/che/vuoi!”
“senti Jane…mia mamma mi ha detto DAI PURE IN GIRO IL SUO NUMERO e io l’ho fatto. Adesso, fai la brava dai, non rompere per una telefonata.”
“è il concetto che non capisci! non ti è concesso tutto!”
Io sono ancora all’interno dell’auto.
Lui è sempre di fianco a me in piedi.
Come il mio solito, agito le mani.
Lui me ne prende una che sbuca dal finestrino. Stringe il mio braccio. “finiscila di fare l’isterica.”
“cazzo mi fai male. staccami ’ste mani di dosso. Ross mi fai veramente male.”
Questo non molla. Io giro la chiave con la destra. Accelero.
Sento un “CLOCK” forte al polso sinistro. Ho le lacrime. Il mio polso viene strappato dalle sue mani. Cade a terra.
A stravolgere la situazione appare, al mio fianco, mia sorella piccola.
Sul sedile posteriore, sdraiato, c’è un uomo morto. Alto alto, magro, coi capelli neri.
Vicino a lui, ma non ha nulla a che vedere con lui, c’è un sacchettino azzurro con delle cose mie importanti, fragili.
Mia sorella non ha visto la scena col mio capo. E’ apparsa dopo sull’auto. Sul sedile accanto a me. E l’uomo dietro non sò chi sia.
Guido veloce. Ho questo vizio. Di correre correre sulle ruote.
L’auto lunga lunga si trasforma in una specie di carrello/letto di ferro con le ruote.
Su questo rimorchio c’è sdraiato l’uomo coi capelli neri, con a fianco il mio sacchettino-cose-preziose.
Mia sorella spinge il letto-carrello
“vai più piano le dico.”
“sto andando piano.”
Acellera sempre di più. Quasi si mette a correre spingendo ’sto letto-carrello.
Non riesco più a starle dietro.
La scena che segue la vedo da lontano.
Il letto che s’inarca, assume una posizione verticale e s’incastra in una fessura/buca che c’è nell’asfalto.
Cadono
/
dentro
/
tutti
/
/
/
l’uomo
/
mia sorella
/
il sacchettino
“scuuusa Jaaane il sacchetto lo prendo al vooolo” mi urla dal fondo.
CRASH fortissimo.
Non so se sia il mio sacchetto.
O la testa dell’uomo già morto.
Mi sveglio.
Posted by Revenge Doll

Ottobre 30, 2008 alle 9:29 pm |
che incubo, reale o immaginario poco importa.
ciao
Novembre 1, 2008 alle 2:44 pm |
[che feroce.e il risveglio sembra quel qulalcosa .in più]
Novembre 12, 2008 alle 7:03 pm |
Non potevo fare a meno di curiosare anche qui…
e ho fatto bene, ti ho letta tutto d’un fiato e mi colpisce sempre il tuo stile…Sì, perchè hai uno stile (ed è una cosa rara): un qualcosa di acido e di luci fredde, tipo neon…ed un senso di fretta, di voglia di arrivare in qualcvhe posto, forse per sfuggire a dei fantasmi che ti inseguono.
Ciao…ti seguo sempre.
Novembre 19, 2008 alle 1:29 pm |
un nuovo blog… bien! per quanto tempo me lo hai tenuto nascosto? ripasso con più calma… Anch’io ne ho riattivato uno (che inflazione!)…
http://blogs.myspace.com/angiul
ciao, M.