Archivio per Settembre 2008

Crateri

Settembre 28, 2008

Lo guarda e si sente tremare.

É così bello, luminoso. Quando sorride succede qualcosa al suo stomaco, le viene da allungare una mano e accarezzarlo, piano, come fosse una porcellana rara, fragilissima. Invece no. É lei – adesso – quella fragile, friabile.

Ma deve, non c’è un’altra strada. Non esistono scorciatoie per quello che ha tra i denti e la saliva che scivola, scappa attraverso il palato.

Lui aspetta, capisce che, ma non dove. Allora la ascolta e ogni tanto abbassa gli occhi, aspetta ancora. 

Se quelle frasi, quelle parole che hai, restano – per te – chiuse là, in quelle bolle di tempo che passiamo insieme.

Se quello. Era solo. Per te. 

O magari. 

Ormai l’ha detto e le lacrime la attraversano, scivolano sui buchi, i crateri che la ricoprono rendendola inconsistente, vuota.

Adesso è solo questione di tempo. Ma non dovrebbe averne così paura eppure è difficile, tanto, troppo.

Loro due, vicini, silenziosi. Che non sanno, non capiscono.

Poi la nebbia. Le mani si perdono.

Lo cerca, la stanza è vuota e il cuore accelera. La risposta non l’ha sentita, forse non c’è stata, forse non esiste. Ma lei ne ha un bisogno così disperato che lo chiama, smarrita. 

É in quel momento che si sveglia.

Realizza, sfuoca e si asciuga gli occhi.

Non gliel’ha mai chiesto. Ecco perché qualcuno le preme il petto, la soffoca.

Il sogno è svanito. Sciolto.

 

Posted by Barbara Gozzi

Cose mie importanti, fragili

Settembre 27, 2008

Le pareti viola scuro e verde acido della mia stanza erano impregnate di Chanel, quella notte. Un odore violento che mi penetrava la testa. Tutta colpa di mia sorella, e del suo nuovo boyfriend…
e così m’immersi, volai con la mente tra le piume morbide del materasso.
(sognai)
Mi trovavo a casa dal lavoro. Probabilmente mi ero presa un permesso, non lo so. Forse avevo detto di avere una visita. Sono uno di quei casi umani che fanno quarantotto visite l’anno e riescono a lavorare a tempo pieno, uscire con gli amici, vivere, scrivere, viaggiare.
Dans tous les cas, ero a casa. Suona il cellulare.
Numero sconosciuto.
Rispondo (di solito non rispondo agli sconosciuti, ma da qualche mese ho mandato in giro un po’ di curricula. Chissà mai che sia qualcuno che mi cerca, che mi vuole.)
E’ un uomo. Un estraneo per me, un cliente del negozio in cui lavoro.
Racimolo bricioline qua e là, e faccio con le mani una piccola invisibile impalpabile pagnotta di pazienza, respiro, gli dico

“mi scusi ma non sono in ufficio.”

Lui ignora la mia voce e continua come se non m’avesse sentita “signorina ho bisogno della fattura bla bla-bla.”
(Io non ho un foglio su cui prendere appunti. Sono in bagno. Davanti allo specchio. Sto osservando in modo severo il mio corpo seminudo. Troppe ossa sporgono. E non ho un briciolo di pancetta. Finisco di rivestirmi. Devo uscire.)

(E poi, a questo, chi cazzo glielo ha dato il mio numero? chi gli ha dato il mio cellulare? mò mi rompono le palle pure sul mio numero privato?)

Mi risveglio dai miei pensieri e torno a sentire la sua voce “per favore signorina ho bisogno…”
Lascio correre sul signorina, anche se è un termine che odio, che sa di zitella con cagnetto zoppo “si si, non si preoccupi. entro domani provvedo.”
Dio che faccia. Ho le occhiae dall’età di nove anni. Non che sia stanca, mi droghi, o che. C’è chi è predisposta a ’ste cose e io sono tra le fortunate che hanno bisogno del correttore, tutta la vita.
Fard.
Matita nera.
Mascara.
Ora sono presentabile. Esco. Vado in macchina
Mi trovo a guidare una macchina lunghissima. Non è la mia solita punto azzurro cielo col cambio automatico.
E’ una macchina dalla guida manuale, ma lunga lunga. Una di quelle alla “siamo quelli di Beverly Hills.”
Mi fermo in uno spiazzo e rimango in macchina.

Fuori dal finestrino, in piedi proprio accanto a me, c’è il mio capo.

Sta parlando al cellulare, come al solito.
Io sono furiosa. Abbasso il finestrino e con una voce da gallina isterica sbotto verso di lui “chi ti ha dato il permesso di dare in giro il mio numero privato?”

Lui, per un momento, stacca bocca e orecchio dal telefono. Si rivolge a me “mia madre mi ha detto che potevo farlo.”

“tua madre? cazzo c’entra tua madre? ma ti rendi conto che GENTE CHE NON SO CHI E’ mi telefona a casa, sul mio numero di cellulare, mentre NON SONO AL LAVORO? ma porca puttana mi chiedo cosa ti faccia credere di poterti permettere tutto/quel/cazzo/che/vuoi!”

“senti Jane…mia mamma mi ha detto DAI PURE IN GIRO IL SUO NUMERO e io l’ho fatto. Adesso, fai la brava dai, non rompere per una telefonata.”

“è il concetto che non capisci! non ti è concesso tutto!”

Io sono ancora all’interno dell’auto.
Lui è sempre di fianco a me in piedi.
Come il mio solito, agito le mani.
Lui me ne prende una che sbuca dal finestrino. Stringe il mio braccio. “finiscila di fare l’isterica.”
“cazzo mi fai male. staccami ’ste mani di dosso. Ross mi fai veramente male.”
Questo non molla. Io giro la chiave con la destra. Accelero.
Sento un “CLOCK” forte al polso sinistro. Ho le lacrime. Il mio polso viene strappato dalle sue mani. Cade a terra.
A stravolgere la situazione appare, al mio  fianco, mia sorella piccola.
Sul sedile posteriore, sdraiato, c’è un uomo morto. Alto alto, magro, coi capelli neri.
Vicino a lui, ma non ha nulla a che vedere con lui, c’è un sacchettino azzurro con delle cose mie importanti, fragili.
Mia sorella non ha visto la scena col mio capo. E’ apparsa dopo sull’auto. Sul sedile accanto a me. E l’uomo dietro non sò chi sia.
Guido veloce. Ho questo vizio. Di correre correre sulle ruote.
L’auto lunga lunga si trasforma in una specie di carrello/letto di ferro con le ruote.
Su questo rimorchio c’è sdraiato l’uomo coi capelli neri, con a fianco il mio sacchettino-cose-preziose.

Mia sorella spinge il letto-carrello
“vai più piano le dico.”

“sto andando piano.”
Acellera sempre di più. Quasi si mette a correre spingendo ’sto letto-carrello.

Non riesco più a starle dietro.

La scena che segue la vedo da lontano.
Il letto che s’inarca, assume una posizione verticale e s’incastra in una fessura/buca che c’è nell’asfalto.
Cadono
/
dentro
/
tutti
/
/
/
l’uomo
/
mia sorella
/
il sacchettino
“scuuusa Jaaane il sacchetto lo prendo al vooolo” mi urla dal fondo.
CRASH fortissimo.
Non so se sia il mio sacchetto.
O la testa dell’uomo già morto.

Mi sveglio.

 

Posted by Revenge Doll

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Prelude

Settembre 26, 2008

Alessandra Ferri, soloist/ Sting, guitar

“Prelude” from “Cello N. 1 Suite in G major”

Music by Johann Sebastian Bach

Directed by Fabrizio Ferri

Men’s Bed-room – 2

Settembre 24, 2008

CRISTIAN 

Un materasso disteso a terra sulle piastrelle color cotto; un vecchio mobiletto con mangianastri, giradischi e casse per ascoltare la musica come faceva quando era giovane; file e pile di libri dappertutto, senza nemmeno una libreria. Nella sua camera non c’è altro se non l’odore invasivo del suo corpo a fargli compagnia.

In quella stanza non è mai entrata una donna, facendo eccezione per sua madre. Una volta ha provato a portarcene una ma non è andata come avrebbe voluto. Non ha più tentato, forse per desiderio di ascetismo o più probabilmente per una delusione che non è riuscito a digerire. Da quel momento la lettura si è trasformata da passione in necessità. 

Lui dice che legge per legittima difesa. Non ha più voglia di vedere nessuno, neppure nelle sere d’estate.

Dopo cena prende la macchina e guida a caso tra le strade buie della campagna, ascoltando qualche cd. Quando è stufo, torna a casa. Si butta sul materasso, con addosso una maglietta di cotone e dei bermuda di felpa. Sceglie un libro, e se non supera le centocinquanta pagine, sa che la sera stessa scoprirà come andrà a finire; altrimenti, legge per prima cosa l’ultima pagina.

Quando ha finito, appoggia il libro sul pavimento. Accende l’ultima sigaretta e si mette a ripensare alla storia. Si addormenta con il braccio allungato verso il portacenere, lasciando la sigaretta bruciare in solitudine.

 

Posted by Patrizia Spinetta