
Adesso tocca a Dhapne. Passa davanti a quelle che giacciono morte, col piffero in bocca, o rapidamente sfilato onde evitare che la musica immobilizzi, come nella favola, il mondo di fuori e quello di qui.
Le porte la accolgono. La stessa indifferenza.
E Dio o il diavolo sta lì a sinistra, ai piedi di un letto sospeso che galleggia, striato come se un qualche invisibile globo di luce vi proietti sopra l’ombra di una realtà impastoiata. Il dottore si muove, con cautela, quasi camminasse in punta di piedi tra le spade. E’ guardingo, come se temesse per qualcosa. Forse teme per la propria vita? A prima vista si direbbe di sì. Poi diviene chiaro che lui si preoccupa solo per la macchina, color crema, un corpo tutto curve e occhi luminosi, uno rosso, quello pericoloso, l’altro nero, che segnala la cancellazione di ogni impulso. Il dottore adesso è fermo con la mano posata dolcemente, parrebbe, sul suo tesoro; ma Dhapne si rende conto che in verità egli non osa ritrarre la mano dal corpo voluttuoso della macchina dall’occhio rossonero, perché ha paura che scappi. E come un animale imbriglia l’amato bene con le funi dell’abitudine, dell’organizzazione, della convenienza, del tempo, la macchina è trattenuta da cavi elettrici neri e bitorzoluti facenti capo a un’unità controllata da un interruttore, e dalla pressione della mano del dottore.
- Accenditi, amore mio, lui dirà, e allungherà la mano sull’interruttore, delicatamente carezzando l’occhio rosso acceso.
Il dottore guarda Dhapne come se lei venisse a interrompere il suo piacere, o come se volesse comunicarle, per poi cancellargliele dalla coscienza, le delizie che l’amorosa macchina gli fa provare.
- Sali sul letto, Dhapne.
Dhapne si arrampica sull’ombra scoscesa di una montagna, e in cima trova un incavo dorato, proprio della sua misura, in cui giacere. Questo luogo le calza come un guanto, sembra scavato apposta perché lei ci stia comoda, è stato eroso ogni anno della vita di lei mutato in pioggia e vento e neve, vento di nord porta pioggia, vento di sud neve ci porterà. Neve.
- Sdraiati, Dhapne.
Dhapne si sdraia. Ad un tratto sulla vetta della montagna, all’altezza delle nubi più basse, compaiono i volti, fatti di nuvola, di cinque donne biancovestite, invidiose di quella cavità dorata. Le donne guardano in giù e sorridono, per cattivarsi le simpatie di Dhapne. Ma le donne in verità non vedono l’ora di impadronirsi dell’oro, di cacciarselo nelle ampie tasche dei camici di lino, e strisciare fuori dalla camera; loro devono strisciare, sono bianchi insetti con antenne ondeggianti sulla testa, e ogni antenna ha in cima un puntino bianco come un unico fiocco di neve. Ora agitano le antenne.
- Stenditi, Dhapne.
- Stenditi, Dhapne.
Il dottore le si avvicina quel tanto che gli è possibile senza dover staccare la mano dall’interruttore del suo amore.
- Ciao, dice.
E le sorride, un sorriso cattivo e menzognero, come il mondo dopo il mattino, il quale svela la verità della montagna dorata, di tutte le montagne dorate; che sono nidi di argilla, e il sole è una roccia grezza il cui ingannevole attributo di luce, scalpellato via dal tempo, si chiude sul silenzio di una perfetta mancanza di ombre, di un perfetto oblio.
- Ciao, Dhapne.
Le donne fanno ondeggiare le antenne. Improvvisamente si irrigidiscono, le ginocchia di cemento, il petto di pietra; premono dei ghiacicoli sull’orecchio di Dhapne, e la spingono giù col corpo calcandola nella cavità; anche se una di loro le dice in tono gentile,
- Tieni, mettilo in bocca.
Non è una caramella all’anice, un fondente al limone o una mora di liquerizia, è una pipetta nera o un piffero.
Non bisogna suonarlo? Lascia il tuo piffero, il tuo allegro piffero.
Il dottore, in attesa, esulta. Schiaccia l’interruttore. E’ questione di un attimo. Poi il nulla.
Janet Frame, Gridano i gufi
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