Elettroshock/Part.3

By Narco Team

 

L’infermiera si stacca uno dei petali rosa, lo passa sull’onda imbevendolo di rosso, e il petalo in un attimo assorbe tutto il liquido. Poi l’infermiera si rimette in ordine, infilando il petalo nell’apertura fra la bocca e gli occhi, e guarda sorridendo Dio o il diavolo che è pronto a inviarle con un’alzata di mano, o uno spalancarsi degli occhi, il segnale discreto quanto un urlo

e la testa del serpente ondeggiante viene recisa, e trascinata fino alla porta in fondo alla camera

e la porta si apre come due palme di mano che con questo gesto dicono,

Cela m’est égal, cela m’est égal.

E la testa ondeggiante viene portata dentro, e le donne rimaste fuori in fila odono uno strascichio di passi, una voce, due voci, l’urlo di un’anima sorpresa in un imbuto di tenebre. Poi il silenzio. Finché la porta non si spalanca di nuovo, con indifferenza, mostrando ancora le palme di legno e grani di cuore, di vita, di destino.

Cela m’est égal, cela m’est égal, suona come un motivetto spensierato o come un luogo comune, e un lettino a rotelle contiene ciò che resta della testa del serpente, una faccia blu, come viene a Toby, con una pipetta nera, o un piffero, in bocca.

E gli occhi sbarrati in un trionfo di infusa cecità.

Priva di conoscenza, la testa geme, si contorce e rapidamente, come fosse morta, viene coperta da rose deposte dal resto delle donne in fila, e il fiore rosa chiude e alliscia gli occhi di quella sulla barella, delicatamente, come si fa con i morti, che nulla può più ferire; e le sfila il piffero di bocca come se rimanendoci più a lungo potesse intonare troppo fascinosamente la sua melodia di cecità.

E ancora una volta la testa del serpente di donne in attesa viene recisa, e ancora la stessa processione si snoda fino alla porta, ancora la stessa tranquillità.

Cela m’est égal.

Adesso tocca a Daphne.

 

Janet Frame, Gridano i gufi

Credits: photo from www.flickr.com/photos/rocksss

Lascia una Risposta