
Il sogno non ha tardato ad arrivare.
Lontano giace il mondo -
perso in un abisso profondo -
la sua dimora è squallida e deserta.
Malinconia profonda
fa vibrare le corde del mio petto.
Voglio precipitare
in gocce di rugiada
e mescolarmi con la cenere. -
Lontananze della memoria,
desideri di gioventù,
sogni dell’infanzia,
brevi gioie e vane speranze
di tutta la lunga vita
vengono in vesti grigie,
come nebbie della sera
quando il sole è tramontato.*
Sono Gioia. Di cognome faccio Colomba. Ho ventanni. Ventanni negli occhi, nella bocca, nella pelle liscia e bianca del collo. Mi sono appena svegliata e mi guardo allo specchio. Ho i seni duri stamattina. Sono belli i miei seni e mi alzo i capelli perché le ciocche non li coprano. Dormo nuda. Dormo nuda da quando Maurice, il giovane professore di letteratura francese, mi viene a trovare. E’ venuto questa notte. E’ venuto dentro. E gli umori grondano ancora dai peli del pube.
Mi tocco. Ne cavo fuori un’ostrica. La mangio.
Apro la finestra. Entra l’ombra di una medusa e la paura di una scala. Richiudo. E’ di nuovo luce.
Mi siedo sulla sponda del letto. E’ il letto del fiume. Il fiume che risalgo ogni notte. Non ho ricordi, non ho attese.
Sono appagata. Il mio desiderio è la libertà. E’ l’assenza di legami. Non c’è tristezza senza legami.
Légami se conosci il laccio giusto. Se leghi le mie mani saranno libere di accoglierti.
Accoglimi. Abbracciami. Aspettami. Assaggiami.
Oggi abbiamo cominciato a scrivere il nostro alfabeto. Segreto. A un tratto sento un rumore oltre la porta. La apro. E’ il buio che la notte non conosce. Un buio fuori dalla geografia. E’ il buio che si riversa da una coccetta di inchiostro. Ho fame. Una gran fame. Mangio il buio. Mangio il buio in una ciotola per insalata che ho trovato abbandonata sul mobile del corridoio. Una stanza e poi un’altra. Ho mangiato tutto. Sono sazia. Apro l’ultima porta.
Che cosa a un tratto zampilla
grondante di presagi
sotto il cuore
e inghiottisce la molle brezza
della malinconia?
La mia vita comincia nel sogno. Mete obbligate mi accolgono nell’indefinito stato tra morte e risveglio. Non ho un’anima. Ma un’anima notturna. Non ho un’anatomia, un cuore, uno stomaco, un muscolo o un tendine che non sia notturno. Finchè la sveglia non uccide il pensiero creativo.
La mattina dopo mi sono svegliata. Non ho ricordi se non quello del grande Paul che alleva polli e tiene in piedi schiere di stuzzicadenti. Ho gracchiato il nome di mia nonna. Non mi ha risposto. Mi sono vestita per coprire quella sgradevole sensazione di ruvido che mi da la mia pelle al mattino. Grinze, pieghe, peli. Faceva freddo. Non ho aperto la finestra. Ho attraversato il corridoio. Ho sceso le scale. In fondo alla scala il corpo di mia nonna. Una ciotola accanto al suo braccio disteso, alla sua mano rigida, fredda come un uncino, una ciotola di insalata.
Era morta.
Ero sola.
Ero libera.
Posted by Eleonora Lombardo
* Novalis, Inno alla notte