Archivio per Agosto 2007

La parola che avrebbe spento le luci

Agosto 31, 2007

 

“Ora il sonno lo abbandonava più spesso, non una o due bensì quattro cinque volte la settimana. Che cosa faceva in quei momenti? Non passeggiava a lungo dentro gli arabeschi dell’alba. Non aveva un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata. Cosa dirgli? Era una questione di silenzi, non di parole.

Cercava di leggere fino ad addormentarsi, ma riusciva solo a sentirsi più sveglio. Leggeva scienza e poesia. Gli piacevano le poesia scarne collocate minuziosamente nello spazio bianco, file di tratti alfabetici impressi a fuoco nella carta. Le poesie lo rendevano cosciente del proprio respiro.  L’essenzialità della poesia gli rivelava in un attimo cose che normalmente non notava. Questa era la sfumatura di ogni poesia, almeno per lui, di notte, in quelle lunghe settimane, un respiro dopo l’altro, nella stanza ruotante in cima all’appartamento a tre piani.

Una notte cercò di dormire in piedi, nella sua cella di meditazione, ma non ci riuscì, non era un vero adepto, non era un monaco. Aggirò il sonno e si arrotondò in posizione di equilibrio, una calma senza luna in cui ogni forza veniva bilanciata da un’altra. Fu un sollievo brevissimo, una piccola pausa nell’agitarsi di identità irrequiete.

Non c’era risposta alla domanda. Aveva provato sedativi e ipnotici, ma lo rendevano dipendente, lo precipitavano dentro strette spirali interiori. Ogni sua azione era sintetica, ossessionata dal proprio fantasma. Anche il più pallido pensiero restava un’ombra ansiosa.  Cosa faceva? Non consultava un analista impassibile nella sedia di cuoio. Freud è finito, adesso tocca a Einstein. Stava leggendo la Teoria Speciale quella notte, in inglese e tedesco, ma mise da parte il libro, infine, e giacque completamente immobile, sforzandosi di pronunciare la parola che avrebbe spento le luci. Nulla esisteva intorno a lui. C’era soltanto il rumore nella sua testa, la mente nel tempo.

Sarebbe morto ma non sarebbe finito. Il mondo sarebbe finito.”

 

Don DeLillo, Cosmopolis

Credits: photo by Enomore on Flickr.com

Spezza la mia veglia

Agosto 29, 2007

Spezza questa veglia e portami da te. Allunga il mio sonno, rendi sterile questa paura.

Non ho mai chiuso gli occhi se non sotto la tua ombra. In quel buio pesante che mai mi ha soffocata. Distendi le mie braccia perennemente incrociate sul petto, schiacciate dal peso di questo corpo che tu senti così leggero. Apri le mie dita e contale: voglio che ci siano tutte, pronte ad indicarti i punti del mio dolore.

Spezza questa veglia e portami da me. Allunga il mio sonno, rendi sterile questa paura.

Chiudimi le palpebre irrigidite, calma il loro tremore e portale di fronte allo specchio. Distendi la mia bocca imbronciata e inumidiscila, colorala. Apri le mie dita e contale: voglio che ci siano tutte, pronte a riconoscere il mio profilo che con il tempo riuscirà a sbocciare.

 

Posted by Ilaria

Credits: photo by Mayr on Flickr.com

La sceglia uccide il pensiero creativo/Cap. 7

Agosto 29, 2007

 

Il sogno non ha tardato ad arrivare.

Lontano giace il mondo -
perso in un abisso profondo -
la sua dimora è squallida e deserta.
Malinconia profonda
fa vibrare le corde del mio petto.
Voglio precipitare
in gocce di rugiada
e mescolarmi con la cenere. -
Lontananze della memoria,
desideri di gioventù,
sogni dell’infanzia,
brevi gioie e vane speranze
di tutta la lunga vita
vengono in vesti grigie,
come nebbie della sera
quando il sole è tramontato.*

Sono Gioia. Di cognome faccio Colomba. Ho ventanni. Ventanni negli occhi, nella bocca, nella pelle liscia e bianca del collo.  Mi sono appena svegliata e mi guardo allo specchio. Ho i seni duri stamattina. Sono belli i miei seni e mi alzo i capelli perché le ciocche non li coprano. Dormo nuda. Dormo nuda da quando Maurice, il giovane professore di letteratura francese, mi viene a trovare. E’ venuto questa notte. E’ venuto dentro. E gli umori grondano ancora dai peli del pube.
Mi tocco. Ne cavo fuori un’ostrica. La mangio.
Apro la finestra. Entra l’ombra di una medusa e la paura di una scala. Richiudo. E’ di nuovo luce.
Mi siedo sulla sponda del letto. E’ il letto del fiume. Il fiume che risalgo ogni notte. Non ho ricordi, non ho attese.
Sono appagata. Il mio desiderio è la libertà. E’ l’assenza di legami. Non c’è tristezza senza legami.
Légami se conosci il laccio giusto. Se leghi le mie mani saranno libere di accoglierti.
Accoglimi. Abbracciami. Aspettami. Assaggiami.
Oggi abbiamo cominciato a scrivere il nostro alfabeto. Segreto. A un tratto sento un rumore oltre la porta. La apro. E’ il buio che la notte non conosce. Un buio fuori dalla geografia. E’ il buio che si riversa da una coccetta di inchiostro. Ho fame. Una gran fame. Mangio il buio. Mangio il buio in una ciotola per insalata che ho trovato abbandonata sul mobile del corridoio. Una stanza e poi un’altra. Ho mangiato tutto. Sono sazia. Apro l’ultima porta.

Che cosa a un tratto zampilla
grondante di presagi
sotto il cuore
e inghiottisce la molle brezza
della malinconia?

La mia vita comincia nel sogno. Mete obbligate mi accolgono nell’indefinito stato tra morte e risveglio. Non ho un’anima. Ma un’anima notturna. Non ho un’anatomia, un cuore, uno stomaco, un muscolo o un tendine che non sia notturno. Finchè la sveglia non uccide il pensiero creativo.

La mattina dopo mi sono svegliata. Non ho ricordi se non quello del grande Paul che alleva polli e tiene in piedi schiere di stuzzicadenti. Ho gracchiato il nome di mia nonna. Non mi ha risposto. Mi sono vestita per coprire quella sgradevole sensazione di ruvido che mi da la mia pelle al mattino. Grinze, pieghe, peli. Faceva freddo. Non ho aperto la finestra. Ho attraversato il corridoio. Ho sceso le scale. In fondo alla scala il corpo di mia nonna. Una ciotola accanto al suo braccio disteso, alla sua mano rigida, fredda come un uncino, una ciotola di insalata.
Era morta.
Ero sola.
Ero libera.

 

Posted by Eleonora Lombardo

* Novalis, Inno alla notte

www.myspace.com/lacasastorta 

 

Melatonina

Agosto 28, 2007

 

Adesso, sono una persona che riesce a vivere nel presente.

Non è sempre stato così: ad anni alterni, soffrivo di nostalgia per stagioni della vita ormai archiviate o di ansia da prestazione per momenti non ancora vissuti (e per i quali avevo già stabilito severi parametri valutativi).

Un giorno, mentre riordinavo i volumi aperti sui tavoli della biblioteca dove lavoro, ho trovato una fotocopia abbandonata da qualche utente a cui non serviva più. Era un brano di Pascal che parlava del passato e del futuro, e del loro intermediario. Me lo sono messa in tasca e per un mese me lo sono letto tutte le mattine e tutte le sere, come una preghiera. Alla fine della cura, ho appallottolato il foglio e l’ho gettato nel cestino. Mi aveva lasciato nella mente poche parole, che si cadenzavano nei pensieri come un mantra occidentale: ego, hinc et nunc.

Adesso, sono la persona che voglio essere.

Non sempre è facile; anzi, ci sono momenti in cui puoi solo stringere i denti e ringhiare alla tentazione di non farlo, e altri in cui proprio non ci riesci. Ma sono quei momenti che ti permettono di provare un’ebbrezza divina quando, invece, ce la fai.

Quando la fatica è troppa e inutile, dormo.

Il sonno è la dimensione in cui il presente, il passato e il futuro si mescolano e ricreano una nuova realtà, fatta di sogni e di vuoti.

Nel sonno vivo naturalmente quella libertà di essere ciò che voglio – condizionato da ciò che ho voluto e proteso verso ciò che vorrei – che nella veglia è la mia lotta quotidiana.

Nel sonno rivivo le emozioni e ne immagino di nuove.

Il sonno è quell’elemento nel quale mi sciolgo per ritrovare forma.

Il sonno e la veglia sono due variabili della stessa equazione.

 

Posted by Patrizia Spinetta

Credits: photo by Scarecrow777 on Flickr.com