Archivio per Luglio 2007

La qualità del sonno

Luglio 31, 2007

alba

Quell’estate portammo mia madre da noi. Passava la maggior parte del tempo a guardare fuori della finestra, le torri del paese che si alzavano, grigie, in controluce, nella pianura. Le guardava come si guardano gli oggetti in cui si cerca qualcosa. Si cerca qualcosa e non lo si trova. Quando non stava alla finestra, camminava per casa. Lo sguardo basso, mormorando tra sé cose che non avrebbe saputo ripetere. Quando incrociava uno di noi lungo i corridoi o nelle stanze - dove entrava cauta, come un’estranea che dovesse rivendicare il proprio diritto a quegli spazi - lo guardava come si guarda qualcuno che si conosce, ma di cui non ricordiamo il nome. Il viso, una serie di linee confuse che - in un altro tempo, in un altro luogo - ci dicevano qualcosa. Non dormiva mai, o quasi. La notte la sentivi che si muoveva nel letto, troppo spaventata dal buio per uscire da quello spazio protetto ma respinta - respinta, sì, ecco la parola - respinta dal sonno.
Mio figlio, allora, aveva due anni. Scivolava nel sonno, allora. Vi scivolava dentro, come una particella lungo il clinamen, come un nuotatore dentro l’acqua riscaldata di una piscina. Poco prima era sveglio e poi, d’improvviso non era più lì, con te. La sua coscienza era stata risucchiata dal sonno.
La notte mi capitava di svegliarmi. Spalancavo gli occhi senza una ragione - e, ad accogliermi, trovavo sempre l’oscurità grigiastra del soffitto - e non riuscivo più ad addormentarmi. Allora mi alzavo e camminavo per casa mia, al buio, sforzandomi di riconoscere, in quelle ombre, qualcosa di famigliare. Entravo in cucina, accendevo la luce sopra i fornelli - quella luce gialla e calda, tenue - e fumavo una sigaretta seduto al tavolo, la mano libera stesa sulla cerata. Poi mi alzavo e mi aggiravo di nuovo per le stanze. Mi affacciavo alle stanze dove dormivano mio figlio e mia madre. Li guardavo, nascosto dal buio. Il sonno - ma era sonno, quello? - irrequieto di mia madre e quello denso di mio figlio. Controllavo la qualità del sonno di entrambi. Guardavo quei due visi - quel poco che potevo vederne, così al buio - così diversi ma legati da una somiglianza arcana per qualche minuto. Ascoltavo i loro respiri. Mi riempivo le narici dell’odore del loro sonno - quello amaro, medicinale, di mia madre e quello pulito di mio figlio. Poi me ne tornavo a letto. Dopo qualche tempo, mi addormentavo.

 

Posted by Mario

www.viano.wordpress.com

Un giorno il mio vuoto straborderà

Luglio 29, 2007

 

Caro A.,
è quel sonno a metà che satura la mia inquietudine e che fa strabordare i miei vuoti. Vegli dormendo la donna che desideri e lei, vigile, se ne accorge. Ogni respiro cotto dal sonno, ogni movimento leggero del tuo volto mi fa compagnia in queste notti in cui non voglio addormentarmi per non ritrovare più ciò che ho visto al tramonto. Un giorno il mio vuoto straborderà e raggiungerà ogni centimetro quadrato di lenzuola inzuppando la mia paura che, immobilizzata, non potrà far altro che annegare in se stessa.

Tua I.

 

Posted by Ilaria

Credits: photo by Borghetti

La sveglia uccide il pensiero creativo/Cap. 6

Luglio 29, 2007

 

Una volta, dopo la morte di mia nonna, prima di andare a dormire ho visto un documentario sull’impossibile che diventa possibile.

Un uomo grande, molto grande, lurido, con i capelli unti, sudaticcio - mi pare facesse l’allevatore di polli nel Kentucky, si chiamava Paul? sì, si chiamava Paul ed era proprio del Kentucky - con delle dita grosse, grosse come delle banane, e le unghie sporche, quest’uomo di nome Paul allevava polli e riusciva, con la grazia di una ricamatrice, a far stare in equilibrio un’intera scatola di stuzzicadenti.

Il documentario cominciava con la vita di Paul che si alza presto al mattino nella sua fattoria a Frankfort, nel Kentucky, e mangia quattro uova con otto fette di bacon ben fritto e tre di pane imburrato. Paul mangia lasciandosi colare il fritto ovunque e bevendo latte da un cartone.

Poi Paul va a dare da mangiare ai suoi polli, i polli sono animali schifosi e totalmente sciocchi, non a caso dare del pollo a qualcuno non è certo una lusinga.

Dopo essere stato in mezzo ai polli, al loro mangime e ai loro escrementi, il grande Paul, senza nemmeno sciacquarsi le mani, va nel suo negozietto dove vende i polli che lui stesso ammazza, spenna e incarta per i clienti.

Poi Paul mangia ancora a pranzo, stavolta  mezzo pollo o un intero a seconda dell’appetito, e dopo pranzo si fa portare dalla mamma Wendy - anche lei un abnorme caso umano cresciuto tra i polli - una scatola di stuzzicadenti.

Il primo che tira fuori lo usa per liberarsi dai filamenti di pollo - la carne di pollo è infida da questo punto di vista - che sono rimasti incastrati tra canini e incisivi, mentre il resto, tutto il resto della scatola, lo tira fuori e comincia, con pazienza, grazia e leggerezza a mettere in piedi gli stuzzicadenti.

Uno per uno.

Dallo squallore della vita di Paul e dalle sue dita a forma di banana viene fuori uno spettacolo incantevole: decine di stuzzicadenti in equilibrio contro ogni ragionevole volontà, dritti come pali inchiodati al suolo, in fila come schiere di soldati pronti a ubbidire alla volontà del grande Paul, che alleva polli a Frankfort nel Kentucky.

Dopo aver visto il documentario sono andata a letto felice che qualcuno nello squallore del mondo riuscisse a fare accadere cose straordinarie.

Anche io, mi sono detta a voce alta nella testa, volendo potrei provare a trasformare l’orrore della mia esistenza in qualcosa di delicato, stupefacente e magico.

Fosse anche tenere in piedi un solo stuzzicadenti.

E così mi sono addormentata.

Fiduciosa nei miei sogni.

 

Posted by Eleonora Lombardo

www.myspace.com/lacasastorta

 

 

Insomnia

Luglio 29, 2007

jeff wall, insomnia

Jeff Wall, Insomnia

 

Posted by Giuseppe Signorin