
Quell’estate portammo mia madre da noi. Passava la maggior parte del tempo a guardare fuori della finestra, le torri del paese che si alzavano, grigie, in controluce, nella pianura. Le guardava come si guardano gli oggetti in cui si cerca qualcosa. Si cerca qualcosa e non lo si trova. Quando non stava alla finestra, camminava per casa. Lo sguardo basso, mormorando tra sé cose che non avrebbe saputo ripetere. Quando incrociava uno di noi lungo i corridoi o nelle stanze - dove entrava cauta, come un’estranea che dovesse rivendicare il proprio diritto a quegli spazi - lo guardava come si guarda qualcuno che si conosce, ma di cui non ricordiamo il nome. Il viso, una serie di linee confuse che - in un altro tempo, in un altro luogo - ci dicevano qualcosa. Non dormiva mai, o quasi. La notte la sentivi che si muoveva nel letto, troppo spaventata dal buio per uscire da quello spazio protetto ma respinta - respinta, sì, ecco la parola - respinta dal sonno.
Mio figlio, allora, aveva due anni. Scivolava nel sonno, allora. Vi scivolava dentro, come una particella lungo il clinamen, come un nuotatore dentro l’acqua riscaldata di una piscina. Poco prima era sveglio e poi, d’improvviso non era più lì, con te. La sua coscienza era stata risucchiata dal sonno.
La notte mi capitava di svegliarmi. Spalancavo gli occhi senza una ragione - e, ad accogliermi, trovavo sempre l’oscurità grigiastra del soffitto - e non riuscivo più ad addormentarmi. Allora mi alzavo e camminavo per casa mia, al buio, sforzandomi di riconoscere, in quelle ombre, qualcosa di famigliare. Entravo in cucina, accendevo la luce sopra i fornelli - quella luce gialla e calda, tenue - e fumavo una sigaretta seduto al tavolo, la mano libera stesa sulla cerata. Poi mi alzavo e mi aggiravo di nuovo per le stanze. Mi affacciavo alle stanze dove dormivano mio figlio e mia madre. Li guardavo, nascosto dal buio. Il sonno - ma era sonno, quello? - irrequieto di mia madre e quello denso di mio figlio. Controllavo la qualità del sonno di entrambi. Guardavo quei due visi - quel poco che potevo vederne, così al buio - così diversi ma legati da una somiglianza arcana per qualche minuto. Ascoltavo i loro respiri. Mi riempivo le narici dell’odore del loro sonno - quello amaro, medicinale, di mia madre e quello pulito di mio figlio. Poi me ne tornavo a letto. Dopo qualche tempo, mi addormentavo.
Posted by Mario









