Sta andando verso la sua auto.
Devo averlo già salutato, ma lo richiamo, urlando il suo nome. C’è una rete tra noi. Una verde rete metallica a maglie larghe. Io sono dentro e lui fuori, questo solo so. Dentro dove? Lo ignoro.
Temo che non torni, che non mi senta, ma lui si è già voltato e sta camminando verso di me, rapido, premuroso.
Si appoggia alla rete.
Le sue dita si allungano, diventano fili sottili, trasparenti, come tentacoli di medusa. Si avvolgono attorno alla mia mano, si intrecciano alle mie.
─ Grazie. ─ dico, senza sapere perché.
─ Anch’io ti amo. ─ dice.
Il sollievo mi invade, mi riscalda, mi rinfresca. Quell’anch’io vale quanto il ti amo. È riconoscimento senza bisogno di spiegazioni, senza imbarazzi. Mi ama. Anche lui, certo.
È giusto, lo sento giusto, è perfetto che me lo riveli in questo modo.
─ Lo so. ─ dico.
Poi abbasso lo sguardo. Le sue dita sono tornate a essere solo dita e si sciolgono, piano, dalle mie.
Non c’è tristezza in questo. Non è un addio.
È volersi lasciare per assaporare questo nuovo sapere. Non importa quel che sarà. Sappiamo tutti e due che queste parole non cambieranno di una virgola le nostre vite, ma non importa. Ci basta esserci trovati ora, qui, in questo istante.
Il risveglio è lento. Vorrei posticiparlo, restare aggrappata ancora un po’ al lembo del sogno, tenerlo stretto nel pugno. Ma è inutile. Senza strappi si dissolve, scivolandomi via dalle dita.
Resta la dolcezza. Sulle labbra, negli occhi, dentro al petto. Soffice come gommapiuma ad attutire gli urti; tutto il giorno.
È sera quando lui mi chiama.
─ Ti ho sognata questa notte, sai?
─ Davvero?
Sto per dire “anch’io!” ma qualcosa mi trattiene. Vorrei poter dire anch’io senza dover raccontare il sogno; nel dubbio mi censuro.
─ Sì. Ti salvavo da un maniaco, pensa un po’.
─ Meno male. ─ scherzo. ─ E poi?
─ Eravamo in una specie di campo sportivo. Io stavo andando via e tu mi hai richiamato.
Il cuore batte furioso nel petto.
─ E?
─ Mi hai ringraziato.
─ E? ─ ancora, con le mani sudate.
─ E basta. Mi sono svegliato.
─ …
─ Ci sei ancora?
─ Sì. È uno strano sogno.
─ Strano sì. Ancora più strano è che mi sono svegliato convinto di doverti chiamare immediatamente per dirtelo. E’ tutto il giorno che penso di doverlo fare.
─ Sono contenta che me l’hai raccontato. È vero, dovevi farlo.
─ Sì?
─ Sì.
─ Bene. Ora l’ho fatto. Come va? Davide sta bene?
─ Sì, certo, è di là. Sta guardando la tv. Vuoi parlarci?
─ No, lascia stare. Sarebbe strano dirgli che ho chiamato per dire che ho sognato sua moglie.
─ Sì, detto così è un po’ strano, effettivamente.
─ Bene, allora te l’ho detto e ora posso dormire tranquillo.
─ Buona notte, allora… ─ rido.
─ Buona notte!─ ride ─ Buona notte. ─ ripete, ora serio.
Posted by Sabrina Campolongo.
Giugno 29, 2007 alle 9:04 am |
Dolceamaro Sabrina, ma dall’odore profondamente vero. Complimenti!
B